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I primi commenti al "Manifesto delle Città in Gioco"
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Bibì Bellini, Radio Città del Capo di Bologna, Banca del tempo di Bologna
Pensavo di leggermelo a casa il manifesto ma non ho saputo resistere: l'ho letto in frettissima mi vengono in mente due aspetti forse importanti per il gioco e che le città potrebbero assumere su di sé:
il tempo
Ricerca e sviluppo
Ci vuole tempo per giocare: le città istituiscono la giornata del gioco in cui non si lavora (in accordo con le associazioni anche imprenditoriali)
Creare, inventare, importare da altre culture o mescolare giochi per crearne di nuovi ecco un altro terreno interessante
Grazia Gotti, Libreria e Cooperativa Giannino Stoppani di Bologna, Accademia Drosselmeier
I punti del manifesto sono belli e ben scritti
Giovanni Galanti, ludotecario ed esperto di giochi, Parigi
La presentazione formale del manifesto va bene così: il triplice carattere individua bene distinguendo tra intenti dichiarativi e programmatici, assunti teorici ed esplicativi del manifesto.
Tre osservazioni:
1) riformulerei la parte sugli esperti:
"Il gioco ha bisogno anche di professionisti"
Forse quell' "anche", anche se è giusto nella realtà fattuale, andrebbe evitato per dare risalto al 'nostro' ruolo. Lo sanno tutti che i bambini giocano da soli, ma bisogna un po' cantarsela.
Insomma potrebbe diventare:
"Il gioco ha bisogno di professionisti.
Giocare spesso è semplice e immediato come parlare la propria lingua materna. E come è utile conoscere le regole della nostra lingua per esprimerci meglio, così è utile studiare e conoscere i meccanismi del gioco. Per cui servono persone che (correggere il "cha") abbiano il gioco come lavoro. È importante diffondere una conoscenza e una cultura del gioco che permetta di esprimere giudizi critici sui giochi e sui loro usi."
2) piaceri della carne:
"Il tempo liberato serve per riempire la nostra vita di piaceri. Piaceri condivisi, piaceri consapevoli, piaceri che durano, piaceri che non si esauriscono, piaceri condivisi, veri piaceri, come il gioco"
qualche piacere di troppo, no?
3) alla fine si potrebbe aggiungere una conclusione: qualcosa con il logo delle città in gioco e che suoni come 'in base a tutte queste considerazioni la città in gioco assumono l'iniziativa di promuovere il gioco in tutte le sue forme' oppure 'le città in gioco sono nate e crescono per favorire il gioco'.
Sotto altre parole più belle, ma che dia un po' lo scopo e il senso del manifesto, del suo valore costituente.
Antonio Di Pietro, ludografo - Cemea Firenze
Carissimi/e
rispondo all'invito di Beniamino a dare un parere (spero in modo costruttivo) sul manifesto di GIONA
Ho visto con piacere, rispetto alla bozza prima di Ostuni, che il manifesto ha assunto un carattere tale da far considerare il gioco come un qualcosa di profondo. Un passo importante per chi vuol promuovere il gioco, per far riflettere sull'importanza del giocare.
Passo a commentare brevemente i singoli punti:
1) Suona un po' strano che il gioco rende la 'città più bella', semmai fa vivere la città con una prospettiva diversa (giusto per non dire sempre la solita cosa che 'il gioco è anche un indicatore di vivibilità di una città');
2) non credo che sia chiaro per tutti la formula 'più tempo liberato per il gioco'.
3) personalmente, mi resta difficile pensare al gioco come 'un prodotto', ancor più come 'prodotto a sè'. Il prodotto nasce spesso da un'azione finalizzata e il gioco non può definirisi in questi termini.
Sappiamo bene che, sul rapporto gioco e cultura, ci sono tre filoni teorici: dal gioco nasce la cultura, dalla cultura nasce il gioco e il gioco è specchio della cultura. Quest'ultima è quella ci può interessare maggiormente in un'ottica interculturale (in senso lato).
4) il gioco 'va declinato al plurale' ('ci sono i giochi'), ma anche agito all'infinito ('giocare'). Del resto il gioco è un'azione e, poi, quando si può dire che il gioco finisce?
5) 'il gioco fa imparare a vincere e perdere', ma anche a cooperare, a vivere esperienze diverse da quelle a cui spesso siamo abituati a fare.
6) quali caratteristiche devono avere gli spazi per stimolare un gioco? Se abbiamo un campetto perfettamente piano, senza ostacoli, ecc. facciamo un certo tipo di gioco (tra l'altro, più l'ambiente di gioco è standardizzato più si tende a praticare sport anzichè giochi - che sono due cose completamente diverse) se abbiamo alberi, buche (cioè un ambiente naturale e curato) è possibile fare altri tipi di gioco (nei giardini comunali di oggi è sempre più difficile giocare, per esempio, addirittura a nascondino).
7)che significa 'anche sbagliare è possibile'?
8)anche qui compare 'il bello'. Forse conviene anche parlare di aspetti personali e socio-relazionali.
9) io toglierei 'ma ogni tanto', l'affermazione diventa più sicura e convincente.
10)non condivido l'affemazione 'esistono sicuramente cattivi giocatori', suona quasi come un invito a giudicare un giocatore. E si contraddice nei punti precedenti, dove si afferma che 'il gioco è libertà', cioè anche che un giocatore è libero di mettersi in gioco quanto vuole. E per di più, il gioco è dato dal giocatore...lo stesso gioco con giocatori diversi diventa un altro gioco.
11)'occasioni di festa' e, anche, di incontro (giusto per confermare un'ottica socializzante).
Insomma, un lavoro stimolante quello di GIONA.
Spero di essere stato sintetico e critico in modo tale da aprire un dibattito costruttivo.
Risposte: Beniamino Sidoti
Ringrazio molto Antonio dei contributi e del link. Rispondo brevemente per cercare di sostenere il dibattito. Le sue osservazioni sono in corsivo, i miei contributi in caratteri normali.
1) suona un po' strano che il gioco rende la 'città più bella', semmai fa vivere la città con una prospettiva diversa (giusto per non dire sempre la solita cosa che 'il gioco è anche un indicatore di vivibilità di una città');
Ne abbiamo parlato a Ostuni con Andrea Mori: in effetti ci siamo convinti che "il bello" è anche indicatore di qualcosa di più alto. Ed è un termine che si capisce da solo. Un giardino pieno di giochi (e di qualcuno che giochi: giustamente dici che il gioco è un'azione, o come diceva Gianmario Missaglia, voce del verbo giocare, cosa che potremmo aggiungere oltre) è più bello.
2) non credo che sia chiaro per tutti la formula 'più tempo liberato per il gioco'.
Sono sopravvissute alcune formule "tecniche", è vero. Vedremo come uniformare il tutto.
3) personalmente, mi resta difficile pensare al gioco come 'un prodotto', ancor più come 'prodotto a sè'.
Questo è un punto che ha dato molto da pensare anche a me. Ti ringrazio di averlo sottolineato.
4) Azione --> vedi sopra, al punto 1
5) 'il gioco fa imparare a vincere e perdere', ma anche a cooperare, a vivere esperienze diverse da quelle a cui spesso siamo abituati a fare.
Bello!
6) quali caratteristiche devono avere gli spazi per stimolare un gioco? Se abbiamo un campetto perfettamente piano, senza ostacoli, ecc. facciamo un…
Apprezzo molto la vostra riflessione sulle ludogeografie; è importante, anche se non so quanto debba comparire nei punti "brevi" del manifesto. Ogni punto del manifesto, nel prossimo futuro, verrà accompagnato da un breve saggio di commento (una pagina? di più? non lo sappiamo) - questa è una considerazione che certo tornerà nei commenti, anche sulla scorta di quanto Tonucci ha trovato per le Città sostenibili
7) che significa 'anche sbagliare è possibile'?
Che sbagliando si impara? Seriamente: che nel gioco è lecito sbagliare, anche se sanzionato. A differenza della scuola, o della vita, in cui gli errori possono essere pagati eccessivamente
8) anche qui compare 'il bello'. Forse conviene anche parlare di aspetti personali e socio-relazionali.
Vedi sopra. Aggiungeremo comunque anche gli aspetti personali, che forse non sono mai sottolineati abbastanza
9) io toglierei 'ma ogni tanto', l'affermazione diventa più sicura e convincente.
Volevamo sottolineare (ma non è detto che sia la strada giusta) che per giocare non sempre è importante avere degli animatori; ma che è utile ogni tanto approfittarne. Un modo per dire che servono "anche" degli esperti. Possiamo trovare un avverbio più pertinente. Obiezione accolta.
10) non condivido l'affemazione 'esistono sicuramente cattivi giocatori', suona quasi come un invito a giudicare un giocatore.
E' per evitare un buonismo. Possiamo ammorbidire la frase togliendo il sicuramente, ma penso che esistano "cattivi giocatori", o cattivi modi di giocare. e' un punto forte, parliamone
11) 'occasioni di festa' e, anche, di incontro (giusto per confermare un'ottica socializzante).
Accolto.
Altra risposta: Andrea Angiolino, esperto autore di giochi
Bell'intervento! Su un dettaglio però vorrei tediarvi con la mia opinione.
Da Antonio:
3) personalmente, mi resta difficile pensare al gioco come 'un prodotto', >ancor più come 'prodotto a sè'.
Però riporto l'articolo per esteso:
Il gioco è un prodotto a sé, con una sua dignità e una sua cultura I giochi sono uno dei prodotti più antichi delle culture umane. La società si è sempre nutrita della ricchezza dei propri giochi. Questa ricchezza va studiata e mantenuta, diffidando di quei giochi che sono solo prodotti per il mercato, magari "ricchi" e fastosi ma poveri di idee e contenuti.
Le Città in Gioco promuovono la cultura del gioco con musei, mostre ed eventi
A me interessa che il gioco sia considerato anche come un prodotto, e per di più il prodotto di una cultura. Mi interessa parecchio anche l'attenzione a distinguere i giochi prodotti "solo" per il mercato (o anche "prevalentemente"). Ovviamente molti giochi, al giorno d'oggi, si producono per il mercato e hanno caratteristiche che li rendono da questo punto di vista più appetibili alla clientela - a volte ciò non influenza quella che io considero dal mio personale punto di vista la qualità del gioco, a volte sì e non necessariamente per il meglio. Anzi. Ho un mio giudizio personale, a volte positivo e a volte neutro o negativo, sui giochi di carte collezionabili, sui giochi tratti da trasmissione televisive e su vari altri giochi orientati al mercato, sia come categorie che come singoli prodotti. Alcune di queste categorie sono nate e morte e magari non vengono nemmeno rimpiante: ricordate, negli anni '80, i giochi tratti da videogiochi di successo come Pacman e Tetris? Comunque sia, sono categorie che in linea di massima e' bene che esistano, anche perche' fanno vivere gli editori di giochi. Però in un manifesto del cinema mi interessa che si rivendichi una distinzione tra certi film più interessanti e "Vacanze di Natale", come in un manifesto letterario e' bene che si voglia distinguere tra romanzi più intriganti e quelli della collana Bluemoon scritti "solo" per il mercato.
Idem dunque per il gioco, che spesso è un prodotto: da autore e curatore e traduttore di giochi di molti tipi non posso che confermarlo. Del resto romanzi, film, canzoni e tante altre cose sono pure loro prodotti delle culture umane, a volte (vedi i film) molto meno antichi del gioco.
Personalmente mi è capitato di fare, un esempio per tutti, tre giochi tratti dal cartone animato "Dragonball" elaborati assieme a Paolo Parrucci: e sono convinto che siano venuti fuori dei giochi più interessanti di certi 'scacchi di Dragonball' creati in anni successivi solo per il mercato. Forse proprio perche', con un po' di cultura del gioco alle spalle e un po' di voglia di non limitarsi al minimo di idee e contenuti necessario a vendere, io e Paolo ci abbiamo messo dentro qualcosa di più. Avessimo fatto altro merchandising (le pantofole di Dragonball, le liquerizie di Dragonball, i poster di Dragonball) non ci sarebbe stato nemmeno modo: ma per fortuna, "il gioco è un prodotto a sé".
Quindi, la formulazione di quell'articolo del manifesto mi trova favorevole.
Replica di Antonio Di Pietro:
Rispondo brevemente ad Andrea (non mi sei sembrato tedioso!):
ho capito bene cosa vuoi dire e mi è chiaro (spero) il rapporto fra gioco e cultura.
Ma, forse, nel nostro dibattito conviene fare una precisazione perché credo che ci sia un'incomprensione di fondo: tu parli di gioco riferendoti, molto probabilmente, a quelli inventati (e, chiaramente, ci sono quelli interessanti da un punto di vista antropologico, pedagogico, ecc. e altri interessanti dal punto di vista del mercato ...
anche se, anche in questo caso, conviene sempre chiederci perché molte persone vanno a comprare un certo gioco e quali sono i messaggi -sociali- che questo gioco passa e conferma); io, invece mi riferisco ai giochi tradizionali (quelli la cui origine si perde nella notte dei tempi, quelli che superano la 'selezione' della trasmissione orale -se si continua a giocare a certi giochi, ci sarà un perchè?-, quelli che qualcuno inizia a rimpiangere perché sempre meno praticabili a causa della mancanza di spazi
aperti e vivibili).
A questo punto mi viene da pensare: il termine 'prodotto' è fuorviante? conviene definire meglio a quali giochi ci riferiamo?
Il dibattito può continuare ...
Replica di Giovanni Galanti
sul termine 'prodotto' il discorso rischia di farsi complicato a seconda del valore che diamo al termine. da marxisti non avremmo niente da obiettare, se però pensiamo al mondo capitalista e pubblicitario si riduce il prodotto a prodotto da vendere. ma il passaggio non è scontato.
etimologicamente mi verrebbe da dire pro-duco, conduco a fine qualcosa, anche il gioco che è fine a se stesso.
la domanda sarebbe l'opera d'arte, il libro sono prodotti?
se la risposta è in senso alto, sì, allora idem per il gioco.
se è no, non sono barattoli, allora cerchiamo un sinonimo.
oggetto? attività? a me sta bene prodotto.
se poi seguo il filo di antonio, e mi riallaccio alle mie fonti teoriche trovo che non solo il gioco è un'azione, ma anche una struttura (in quanto regola) e un materiale, che prevedono che diventare gioco in atto uno o più giocatori.
e allora aggiungerei altri punti:
il discorso sul gioco come azione regolata, cioè basata su regole fisse o inventate al momento e sempre cambiabili, può essere un altro punto. ma non vorrei mettere troppa carne teorica e far perdere di vista il discorso del manifesto e l'obiettivo di giona.
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